venerdì, 30 ottobre 2009, ore 17:00


Qualcuno disse che non può essere amato ciò che è tenuto nascosto: grazie ai sensi io dell'altro posso solo accorgermi, dovendo poi attendere che lui voglia mostrarsi e presentarsi a me. La conoscenza dell'altro è sempre il frutto di una relazione, e non di una privata iniziativa intellettuale. Forse è per questo che anche fan così soffrire i silenzi di una persona amata, specie quando tu le leggi un'ombra sul viso: si nasconde, negandosi all'amore che vorrebbe sostenerla nella sua interezza.
Adamo si nascose e Dio si mise a cercarlo gridando: "dove sei?". Adamo aveva perso il proprio "luogo", la comunione d'amore con Dio: "ho sentito da lontano i tuoi passi e ho avuto paura, così mi sono nascosto (Genesi)", disse.
Provare paura per chi vorrebbe amarci, e negargli quindi la possibilità di farlo; non creder più che l'amore dell'altro sappia guardare oltre i nostri limiti, togliere credibilità all'amore dell'altro per noi, e togliere credibilità alla nostra stessa esperienza passata di quell'amore: ecco l'interruzione "che si pone frammezzo" (dia-ballo, "diavolo") alla comunione, ecco il tradimento verso l'amato e verso sé stessi, ecco il peccato, l'autoreferenzialità di un pensiero/comportamento impazzito che si separa con la forza dalla realtà sperimentata. L'uomo guarda i suoi fantasmi e disconosce la realtà nel farlo: si sottopone ad un potere diverso da quello della realtà, si ritrova separato da essa e quindi solo, e quindi impaurito, e quindi desideroso di nascondersi in una separazione sempre più fitta da tutto, fino al delirio, fino allo smarrimento da sé, di sé.
Quanto mi fanno sofffrire i silenzi delle persone che amo, quanto mi piacerebbe sapere amare tanto da rendere sempre più evidente la menzogna di quei nascondimenti: purtroppo nessun uomo (e tanto meno io) può dare ciò che si può chiedere soltanto a Dio, e così nascondersi da me, a volte, può risultare per chi amo un atto necessario, mio malgrado.
 
 
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sabato, 10 ottobre 2009, ore 17:20

Avevo già avuto modo, tempo, fa, di lamentarmi di un'esternazione scritta dall'attuale Papa circa l'ordine sociale odierno, e la dottrina relativa della Chiesa. La nuova enciclica rinnova le tematiche aggiustandosi in precisione ed in coraggio di denuncia: organismi internazionali governativi e non governativi conniventi con le condizioni mondiali di povertà, responsabilità internazionali eccetera eccetera: l'acqua calda per chiunque legga più che topolino insomma, ma fa sempre piacere vedere certe sedi sbilanciarsi in tal senso (almeno a me, fa piacere). Benedetto XVI, per la bellezza delle 127 pp. dell'edizione ufficiale, dà il meglio di sé sviscerando cose altrove appena accennate, rinnovando le fondamenta del suo pensiero ed articolando lo stesso attraverso molteplici punti di vista. Sebbene alla fine del quarto capitolo si legga che: "La verità e l'amore che essa dischiude non si possono produrre, si possono solo accogliere", purtuttavia l'impianto dell'intera lettera resta lo stesso di sempre, che suona più o meno come un "dio è necessario all'ordine sociale, perché senza dio non esistono valori attendibili". Non solo, così facendo, il Papa si pone in antitesi con la bimillenaria tradizione della Chiesa che professa invece che la sola ragione umana è sufficiente a percepire con esattezza il senso ultimo della Creazione, ma soprattutto non si spiega quale posto abbia nel suo pensiero la novità cristiana rispetto al decalogo ebraico: forse che un dio normativo non fosse sufficiente ad un discorso come il suo? Ed il mistero del Golgota? Che parte ha la Risurrezione in tutto questo snocciolare di problematiche sociali ed ipotesi risolutive?

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domenica, 04 ottobre 2009, ore 14:50


Mio padre vorrebbe aprire un bottiglione per avere il goccio con cui prendere la compressina, ma per mia madre è una cosa ridicola, una cosa da viziati, aprire un bottiglione intero per poter bere solo pochi millilitri. Succede in questo istante: ora è chiaro che il fatto che si finisca alla fin fine sotto due metri di terra tutti quanti, non autorizzi a vivere come se nulla avesse importanza, ma da qui a dimenticarsi di questa ineludibile realtà, a me pare, ce ne passa. A ricordarcelo ci pensa Gustav Vigeland, la cui opera monumentale ho avuto modo di ammirare in quel di Oslo, giusto qualche giorno fa. Le dinamiche esistenziali si susseguono in un continuo e rettilineo dialogo che approda a una fontana in cui acquisiscono un moto rotatorio, moto che si esplicita subito dopo attorno al grande monolite presso il quale l'umanità intera è immolata in un angosciante bilico tra la commozione dell'essere ed il nonsenso del fatale addio. L'uomo e la donna, le nuove generazioni e quelle tramontanti, il rincorrersi di cielo e terra nel tentativo di evadere dal circolo delle dinamiche di causa/effetto, di karma e psiche: tutto è vitalmente contrapposto lungo il cammino, e tutto lucidamente si risolve mano a mano che la conclusione si affaccia alle coscienze. L'est e l'ovest si dimostrano protagonisti di un'evoluzione apparentemente sensata e segnata dalla speranza, che si interseca con un sud e un nord di trionfo momentaneo dell'amore e di sconfitta finale; i punti cardinali ed i segni zodiacali, il calendario e le scansioni geometriche, i moti rettilinei e quelli circolari, producono nel visitatore attento una lenta ma inesorabile evoluzione della coscienza, al termine della quale la commozione non può che affiorare nei cuori dalla consapevolezza dolce e amara di condivisione dell'esperienza umana. Più di un'espressione artistica ed altro che dimora filosofale, il Parco Vigeland di Oslo si impone alle coscienze come mònito e come testamento, come annuncio e come memoriale, come pietra di scandalo e come termine di discernimento verso chi lo visita: al tramonto del sole tutto acquista, con l'accendersi di lampade geometriche, l'aspetto cimiteriale di un mausoleo al dramma dell'esistenza: solo un dettaglio resta invisibile dopo la morte dell'astro sacro, ossia l'ouroboros di eterno ritorno che, al buio, interroga i viventi sul proprio significato, e quindi sul senso finale del loro stesso essere agli occhi dell'autore. Un capolavoro assoluto.
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venerdì, 11 settembre 2009, ore 12:10

Le cose te le vai a cercare, altro che sfiga. Le cose fanno giri strani prima di colpirti alle spalle, forse è per questo che, quando arrivano, non le riconosci: sono come il vento, o come lo spirito santo che li senti soffiare, ma non sai di dove arrivino, ne' tanto meno dove vadano. Sono caduto in piedi, pare, e sùbito dopo essermi rialzato, un nuovo ingresso sulle caviglie mi ha lasciato lungo al suolo: in un modo anch'esso inaspettato e questa volta almeno positivo, certo, ma è un problema di equilibri personali, a questo punto è chiaro. Rudolph Steiner dice che si educa partendo da ciò che la persona possiede, e non inculcando con la forza le caratteristiche che si vorrebbero ch'essa facesse proprie: il temperamento sanguinico a quanto pare, che è quello che sùbito si appassiona ed altrettanto presto si volge poi altrove, può essere educato a parer suo soltanto per il tramite di una persona che si ama, e per la quale ci si rimetta in gioco. Io cazzo, se sono innamorato: siamo un pezzo avanti nel discorso si direbbe, e invece siamo in alto mare. Un giorno mi sveglio e scopro di essere un autistico. Sì, sì: proprio uno di quei cazzo di autistici (mi perdoneranno) stile uomo della pioggia, stile "11.30 pappa gatto" inderogabile, stile non me ne frega un cazzo di quello che sei perché c'ho la formazione del Milan da recitarti a memoria. Quindici volte di seguito, per poi ricominciare. Sono le emozioni e le percezioni del momento, quelle che metto da parte e che sacrifico alla griglia mentale che mi fa vedere il mondo come in Matrix, che mi fa sembrar la vita come una partita a Tetris: come per un impulso atavico a giustificarsi, come un impulso atavico a pretendere di non essere fraintesi, come un impulso atavico a non sentirsi mai all'altezza, a sentirsi sempre nel posto sbagliato, nella forma sbagliata di esistere. E' sempre la paura, a fottere per prima: trovi una falla e la rattoppi, trovi un'altra falla e la rattoppi, poi il giorno che la barca ti scoppia fra le mani ti lamenti, e non pensi a quanta tirchieria hai versato su di essa, pur di non gettarla anche se vecchia. La mia barca fa acqua da tutte le parti ed un misto di pigrizia, ingenuità e false certezze, m'avevano chiuso gli occhi sulle mie responsabilità. Scusami Caracolita, capisco ora ch'è stata pure colpa mia, ma tant'è e quel ch'è fatto è fatto. Ora è questione di rimboccarsi le maniche, peccato che gli strumenti adeguati non ci siano, o non li si veda.
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sabato, 27 giugno 2009, ore 18:42

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venerdì, 19 giugno 2009, ore 18:11

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venerdì, 19 giugno 2009, ore 10:55

E' stato un piacere rivederli, mi ha fatto tornare in mente gli stereotipi dei primi film "sul nostalgico" con Verdone. Gli assenti erano molti, ci contavamo in quindici quando, tra gruppo di origine, nuovi venuti e presto partiti, saremmo dovuti essere perlomeno una cinquantina. Qualcuno è oggi un alcolizzato, qualcuno oggi è un drogato, qualcun altro invece entrambe le cose. Una delle vecchie compagne ha dato forfait per un aperitivo tra colleghi, un'altra per via del proprio stato depressivo, un'altra ancora perché il nuovo status di signora mantenuta l'ha portata sopra queste piccinerie d'altri tempi. Molti degli assenti avevano motivi che potrebbero dirsi fùtili, per non essere dei nostri ieri sera, mentre altri, insomma, motivi che potrebbero dirsi più gravi: tutto sommato, preferisco i primi.
E' incredibile come anni ed esperienze non abbiano intaccato le dinamiche straconosciute tra le persone: non saprei dire se sia un dato assoluto o una circostanza che riguari solo noi, ma ero dodici anni e non sentirli, cioè sentirli addosso, ma non addosso al gruppo. Chi ingigantiva la realtà allora, lo faceva ieri sera; chi era ben voluto e tutto sommato comunque marginale al gruppo allora, lo era ieri. C'era il tipo patetico rimasto patetica, il miliardario divenuto tale con lo sport che, nonostante tutto, si esprimeva ancora con la stessa semplicità dei tempi delle scuole. Gli ambiziosi non so se siano rimasti tali, perché non c'erano.
Il tempo cambia davvero come si dice "le cose e le persone"? C'è davvero per noi la speranza concreta di un rinnovamento che trascenda ciò che l'abitudine legittimerebbe ad aspettarsi da quel singolo? Io e i miei vecchi compagni di classe siamo oggi persone nuove, rispetto ai ragazzini un po' sfigati che entrarono a scuola d'arte nel lontano '91, questo sì; siamo però non troppo diversi da coloro che ne uscirono nel '97. Possiamo credere, con una fede prossima alla certezza, che le vergate della vita sappiano educare il mulo cocciuto a dorso del quale proviamo ad attraversarla? Avrebbe senso scegliere o anche solo credere in sé stessi, se questo significasse credere a qualcosa sul genere della legge della gravitazione universale? Avrebbe senso abbandonare strade e prenderne di nuove, se anche gli errori non solo fossero inevitabili, ma addirittura ininfluenti? Chissà come si svilupperanno le nostre vite da questo punto a domani. Per ora qui vi lascio, o perlomeno annuncio una presenza sulla rete molto più sporadica di prima. Statemi bene.

"Non ci rimane che credere che sia possibile"

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