
E' stato un piacere rivederli, mi ha fatto tornare in mente gli stereotipi dei primi film "sul nostalgico" con Verdone. Gli assenti erano molti, ci contavamo in quindici quando, tra gruppo di origine, nuovi venuti e presto partiti, saremmo dovuti essere perlomeno una cinquantina. Qualcuno è oggi un alcolizzato, qualcuno oggi è un drogato, qualcun altro invece entrambe le cose. Una delle vecchie compagne ha dato forfait per un aperitivo tra colleghi, un'altra per via del proprio stato depressivo, un'altra ancora perché il nuovo status di signora mantenuta l'ha portata sopra queste piccinerie d'altri tempi. Molti degli assenti avevano motivi che potrebbero dirsi fùtili, per non essere dei nostri ieri sera, mentre altri, insomma, motivi che potrebbero dirsi più gravi: tutto sommato, preferisco i primi.
E' incredibile come anni ed esperienze non abbiano intaccato le dinamiche straconosciute tra le persone: non saprei dire se sia un dato assoluto o una circostanza che riguari solo noi, ma ero dodici anni e non sentirli, cioè sentirli addosso, ma non addosso al gruppo. Chi ingigantiva la realtà allora, lo faceva ieri sera; chi era ben voluto e tutto sommato comunque marginale al gruppo allora, lo era ieri. C'era il tipo patetico rimasto patetica, il miliardario divenuto tale con lo sport che, nonostante tutto, si esprimeva ancora con la stessa semplicità dei tempi delle scuole. Gli ambiziosi non so se siano rimasti tali, perché non c'erano.
Il tempo cambia davvero come si dice "le cose e le persone"? C'è davvero per noi la speranza concreta di un rinnovamento che trascenda ciò che l'abitudine legittimerebbe ad aspettarsi da quel singolo? Io e i miei vecchi compagni di classe siamo oggi persone nuove, rispetto ai ragazzini un po' sfigati che entrarono a scuola d'arte nel lontano '91, questo sì; siamo però non troppo diversi da coloro che ne uscirono nel '97. Possiamo credere, con una fede prossima alla certezza, che le vergate della vita sappiano educare il mulo cocciuto a dorso del quale proviamo ad attraversarla? Avrebbe senso scegliere o anche solo credere in sé stessi, se questo significasse credere a qualcosa sul genere della legge della gravitazione universale? Avrebbe senso abbandonare strade e prenderne di nuove, se anche gli errori non solo fossero inevitabili, ma addirittura ininfluenti? Chissà come si svilupperanno le nostre vite da questo punto a domani. Per ora qui vi lascio, o perlomeno annuncio una presenza sulla rete molto più sporadica di prima. Statemi bene.

Ti esalterò, Signore, perché mi hai liberato
e su di me non hai lasciato esultare i nemici.
Signore Dio mio,
a te ho gridato e mi hai guarito
Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi,
mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba.
Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
rendete grazie al suo santo nome,
perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera sopraggiunge il pianto
e al mattino, ecco la gioia.
Nella mia prosperità ho detto:
“Nulla mi farà vacillare!”.
Nella tua bontà, o Signore,
mi hai posto su un monte sicuro;
ma quando hai nascosto il tuo volto,
io sono stato turbato.
A te grido, Signore,
chiedo aiuto al mio Dio.
Quale vantaggio dalla mia morte,
dalla mia discesa nella tomba?
Ti potrà forse lodare la polvere
e proclamare la tua fedeltà?
Ascolta, Signore, abbi misericordia,
Signore, vieni in mio aiuto.
Hai mutato il mio lamento in danza,
la mia veste di sacco in abito di gioia,
perché io possa cantare senza posa.
Signore, mio Dio, ti loderò per sempre.